martedì 7 gennaio 2014

0 The Mentalist, la serie TV all'insegna dell'intrigo e del disincanto

The Mentalist, una delle le migliori serie in TV, sta per giungere alla sesta stagione.


Patrick Jane è il nome del protagonista delle serie “The Mentalist”. Jane è un ex mentalista di professione, (cioè quel tipo di persone che per soldi, grazie a trucchetti e a un raffinato psicologismo ti spiattellano la tua vita davanti e ti lasciano a bocca aperta, tante sono le cose che sanno di te senza mai averti visto e conosciuto prima), che diviene consulente di una sezione speciale della polizia californiana (CBI, acronimo di California Bureau of Investigation), allo scopo di riuscire a scoprire l'identità di uno spietato serial killer: Red John, che anni prima aveva crudelmente assassinato sua moglie e sua figlia non ancora adolescente.

La serie è ben riuscita, le trame degli episodi riescono ad essere intriganti e sebbene il filo conduttore si regga su un dramma terribile che ha riguardato la vita del protagonista, gli episodi vanno avanti con con una certa soavità e leggerezza e lo scotto drammatico è poco avvertito.

Jane è un tipo sornione, con una mente acuta ed estremamente brillante, ma la sua caratteristica principale è il totale disincanto, che si coniuga con uno spirito scettico e placidamente razionale:No such thing as psychic, i sensitivi non esistono, solo trucchi e illusioni e nient'altro. Con la sua capacità di scrutare gli animi, interpretare il linguaggio non verbale dei soggetti coinvolti nella scena del crimine e stabilire le giuste connessioni, Jane riesce a risolvere i casi più intricati in un batter d'occhio.

Gli amici dell'eroe, gli “aiutanti”come nella favole più classiche, sono ottime spalle, con quel giusto grado di ottusità e simpatia utili a far risaltare le doti del protagonista, senza inimicarsi i favori del pubblico. Teresa Lisbon, sempre in bilico fra una sessualità intermittente e un amore inconfessabile per Jane, è la capa del drappello di poliziotti. Non manca lo sciocco dinoccolato, ma tenero e sentimentale (Risby), la bionda procace e determinata (Van Pelt) e il tipo granitico e impenetrabile, ex esponente di una gang (Cho), coreano di scarsa retorica e grande concretezza.

The Mentalist è una serie indovinata, ricca di colpi di scena, una buona trama (anche se la storia di Red John l'hanno tirata avanti un po' troppo per le lunghe) e personaggi indovinati e ben tratteggiati, ma soprattutto è un'opera che contiene un insegnamento fondamentale: i veri psicologi sono i mentalisti.


I mentalisti sono bravi e hanno appreso bene la psicologia dell'essere umano, per un motivo fondamentale: i soldi, o per meglio dire la ricompensa, l'unico vero e potente stimolo alla conoscenza.

lunedì 30 dicembre 2013

0 Curare la depressione con metodi alternativi alla farmacoterapia convenzionale

da Blasting News

La depressione si può curare con terapie diremmo così non convenzionali? Stando ad un famoso studio di metanalisi (Claudia Viedermann, Depressing News. Nature Reviews Neuroscience 9 (4): 252, 2008) che stabilisce un’equivalenza fra le varie terapie di cura e la depressione lieve, si direbbe che forse non la depressione tout court, ma la depressione lieve certamente si.

La depressione grave necessita di terapie farmacologiche drastiche, spesso un’associazione di più farmaci, che comprende antidepressivi e antipsicotici insieme, ma la depressione definita lieve può forse essere curata con sistemi di cura meno aggressivi e con meno effetti collaterali.

Per quanto riguarda il versante delle medicine alternative il panorama offre rimedi antichi (con un minimo di letteratura a sostegno) e rimedi fantasiosi a sfondo metafisico che piacciono tanto ad una certa cultura new age.

La fitoterapia


I rimedi più antichi appartenenti alla categoria dei fitoterapici comprendono in primo luogo l’iperico, anche detta “erba di San Giovanni”. Un rimedio conosciuto sin dall’antichità che sembra avere un meccanismo d’azione simile a quello degli SSRI, una classe di farmaci che agisce sui meccanismi di ricaptazione della serotonina.

Altro elemento interessante è la Rodhiola (Rodhiola Rosea), erba conosciuta da secoli dai popoli nordici, che sembrerebbe avere l'effetto di aumentare le beta endorfine e stimolare l’azione dell’enzima catecol-O-metil-transferasi (COMT), un enzima che catabolizza metaboliti come la serotonina e dopamina, neuromediatori che hanno un ruolo importante nella depressione, rendendoli disponibili in maggiore quantità nello spazio sinaptico. Per ultimo si potrebbe citare la Griffonia (Griffonia simplicifolia), una pianta legnosa che cresce nelle zone umide tropicali. La Griffonia contiene elevate quantità di 5-idrossi-triptofano (5-http), un precursore della serotonina.

Nell’ambito della fitoterapia occorre citare l’aromaterapia o per meglio dire la terapia a base di oli essenziali, sostanze volatili ottenute da particolari tipi di piante con un procedimento di distillazione. Gli oli essenziali, contrariamente a quanto si pensa, non hanno un uso esclusivamente olfattivo, ma il loro utilizzo include tutte le applicazioni: topica (massaggi, impacchi, applicazioni pure), inalatoria e orale.

Gli oli vengono suddivisi in base a particolari “note” che rappresentano figurativamente il campo di azione dell’olio in questione.

Olio essenziale di Bergamotto
: “nota di testa", riduce gli stati di agitazione, ansia, confusione, depressione e paura. Se inalato, stando alle descrizioni, elimina i blocchi psicologici, riportando ottimismo e serenità. Le note a volte si esprimono in termini miracolistici: il bergamotto renderebbe capaci di dare e ricevere amore, di irradiare felicità intorno a sé e curare gli altri.

Olio essenziale di Neroli
: “nota di cuore”, che dovrebbe agire sul riequilibrio del sistema nervoso, sul recupero delle energie dopo fatiche mentali e psichiche, sulla paura, disturbi d’ansia, la depressione, l'ipertensione, la tachicardia, lo stress.

Olio essenziale di Cannella
. I suoi effetti vengono descritti con immagini colorite e cariche di suggestioni. Oltre a “riscaldare il cuore” e a donare un’avvolgente sensazione di “casa” (sic), sarebbe un valido aiuto nei casi di freddezza interiore, depressione, solitudine e paura.

martedì 10 dicembre 2013

0 Vannoni, Stamina e la scienza

da Blasting-News

Perché somministrare cellule mesenchimali a una paziente con una grave malattia come la leucodistrofia metacromatica (la malattia della piccola Sofia) dovrebbe avere effetti terapeutici, considerando che il trattamento è identico per tutte le malattie, non è dato sapere. Il dott. Vannoni, finora non ha prodotto alcuno studio convincente a riguardo, in spregio non tanto alla comunità scientifica, ma il metodo scientifico stesso, che vuole abbia la validità di una cura, sia sottoposto a un vaglio rigoroso.
In compenso ha prodotto un libro interessante che si chiama a "Manuale di psicologia della comunicazione persuasiva". Sarà un caso? Sarà un caso o frutto della malignità del "sistema" se un'ispezione nei laboratori di Stamina ha riscontrato carenze igieniche preoccupanti, modalità di conservazione e dei prodotti inadeguati e metodologie poco chiare? Vannoni come Di Bella grida al complotto e sciorina la solita tiritera sul complotto delle multinazionali. Vannoni come di Bella non ha prodotto un solo caso dimostrato di validità della cura. Zero.
Il problema grave non sono i pazienti che reclamano la libertà di cura, chi non si aggrapperebbe a qualsiasi cosa pur di avere una speranza. Il problema è un preoccupante analfabetismo scientifico della popolazione generale. Riuscire ad affermare che un farmaco o una sostanza è efficace è una fatica improba che richiede un numero di soggetti statisticamente significativo, studi a doppio cieco, verifica delle replicabilità dei risultati. Prima di essere messo in commercio un farmaco o una qualsiasi sostanza deve passare una fase preclinica per valutare assorbimento ed eliminazione del farmaco, successivamente deve superare tre diverse fasi della sperimentazione, che valutano nell'ordine: sicurezza del farmaco, attività terapeutica ed efficacia.
Solo dopo avere passato queste fasi il farmaco può essere messo in commercio. Naturalmente il metodo Stamina non ha nemmeno iniziato tale iter. Per fare un esempio riuscire ad affermare una cosa apparentemente banale come l'utilità dell'aspirina nella prevenzione di alcune malattie cardiovascolari ha richiesto anni di studio e migliaia di pazienti reclutati. Possiamo immaginarci che tipo di sperimentazione occorrerebbe per valutare l'efficacia di un metodo che ha implicazione così complesse.
Il metodo scientifico è fallibile come ogni attività umana, ma non abbiamo niente di meglio a garanzia della sicurezza e dell'efficacia di sostanze che introduciamo nel nostro organismo, nella speranza di attenuare la sofferenza e prolungare la vita.
I metodi di ricerca dovrebbero essere insegnati in tutte le scuole d'Italia, si accrescerebbe la consapevolezza delle persone, si eviterebbero false speranze ed si eviterebbe anche lo scherno e il discredito della comunità scientifica internazionale. 


domenica 9 dicembre 2012

1 Il litio ripristina la neurogenesi nei topi adulti

 

I deficit cognitivi associati a numerose patologie possono essere fortemente ridotti grazie al litio, un farmaco già in uso nell'uomo nel trattamento dei disturbi dell'umore. Somministrando la sostanza, infatti, è stata ristabilita la formazione di nuovi neuroni nell'ippocampo, un'area cerebrale che sovrintende ai processi di memoria e di apprendimento, di topi con un analogo murino della sindrome di Down. Se confermato da ulteriori studi, in futuro il risultato potrebbe essere sperimentato sugli esseri umani (red)
La somministrazione di litio, un farmaco molto usato nel trattamento dei disturbi dell'umore, consente di ristabilire la formazione di nuovi neuroni nell'ippocampo, un'area cerebrale che sovrintende ai processi di memoria e di apprendimento.La scoperta, effettuata su topi di laboratorio , è annunciata sul “Journal of Clinical Investigation” da Laura Gasparini e colleghi dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, e apre la strada a ulteriori studi per verificare se la sostanza possa essere d'aiuto per le persone con questa sindrome.

Coerentemente con il ripristino della neurogenesi ippocampale, i roditori, affetti da una malattia analoga alla sindrome di Down, hanno dimostrato un miglioramento nei test che valutavano le prestazioni in diversi compiti cognitivi e comportamentali, come l'apprendimento contestuale, la memoria spaziale e la discriminazione degli oggetti.

La ricerca è partita dalla considerazione che nei mammiferi i nuovi neuroni vengono prodotti nel corso di tutta la vita in due "nicchie neurogeniche": la zona subventricolare (SVZ) e il giro dentato ippocampale (GD), quest'ultimo noto per il suo ruolo cruciale nei processi cognitivi. A ciò si aggiunge un altro dato fondamentale: i neuroni di nuova formazione sono essenziali per il funzionamento dell'ippocampo perché hanno una maggiore plasticità sinaptica rispetto alle cellule mature preesistenti.

Tenendo conto di queste caratteristiche peculiari, si è ipotizzato che nei roditori i neuroni di nuova formazione in fase di maturazione contribuiscano all'elaborazione dell'informazione nel GD e partecipino all'espressione di specifiche forme di apprendimento e formazione dei ricordi dipendenti dall'ippocampo.
Il litio ripristina la neurogenesi nei topi adulti
 
Il litio si è dimostrato efficace nell'indurre un miglioramento delle prestazioni cognitive nel modello murino della sindrome di Down. Ulteriori studi potrebbero aprire la strada alla sperimentazione umana (© George Steinmetz/Corbis)
D'altra parte, in un'ampia gamma di modelli rilevanti per le malattie neuropsichiatriche come la depressione maggiore, la schizofrenia, l'Alzheimer e i disturbi dello sviluppo neurobiologico, compresi la sindrome dell'X fragile e la sindrome di Down, si osserva un deficit nella neurogenesi. Quest'ultima è perciò un'opportunità finora inesplorata di sviluppare terapie per i deficit cognitivi associati.

In quest'ultima ricerca ad alcuni topi di laboratorio si è riusciti a indurre una proliferazione dei precursori neuronali attraverso l'attivazione farmacologica di uno specifico cammino biochimico, ristabilendo la neurogenesi adulta nel giro dentato ippocampale fino a livelli fisiologici. Il trattamento ha dimostrato d'indurre un recupero della plasticità sinaptica dei neuroni di recente formazione, portando a un notevole miglioramento delle prestazioni nei test: la neurogenesi adulta potrebbe essere perciò essere un bersaglio terapeutico per alleviare i deificit cognitivi nei pazienti con sindrome di Down.

1 La contenzione fisica in Psichiatria

La contenzione fisica in psichiatria è un atto terapeutico. Per quanto risulti difficile credere che legare a letto un essere umano, impedendogli di muoversi, violentando la sua libertà, possa risultare terapeutico, è così e non potrebbe essere altrimenti. Almeno in teoria. D’altronde se ci riflettiamo, la contenzione è una pratica comune anche in altri contesti di tipo medico-sanitario: un paziente su un tavolo operatorio, ad esempio viene spesso contenuto, sia per salvaguardare la sua incolumità e sia per una migliore riuscita dell’intervento operatorio. La logica sottesa, in ogni caso, è quella della cura: un paziente agitato, violento e aggressivo nei confronti di se stesso e degli altri, deve esere contenuto per permettere agli operatori un atto terapeutico, come quello della sedazione, che in quel preciso istante si rende indispensabile per porre le basi di una terapia futura più incisiva e meno estemporanea. A mio modo di vedere contenere significa anche limitare lo spazio dell’agire e permettere al paziente di declinare le proprie responsabilità. Non essendo più in grado di dare sfogo alla rabbia e all' angoscia, il “contenuto” avverte la necessità e la possibilità di svincolarsi dalle proprie emozioni con una resa onorevole: dipende da loro, non dipende da me, da parte mia non posso fare altro che cedere. Questa è perlomeno l’impressione che ne ho ricavato nella mia esperienza.
Nel nostro reparto la contenzione è regolamentata da regole rigide: occorre descrivere in un apposito registro, annotando giorno e ora dell’intervento, le circostanze che hanno indotto il medico a prendere la decisione di contenere il tal paziente, la sintomatologia da questi manifestata e la terapia praticata. Inoltre viene prescritta un’attenta valutazione dei parametri vitali e una sorveglianza periodica. Se queste regole vengono rispettate, i rischi della contenzione per il paziente si riducono al minimo. Può succedere purtroppo, come è successo in un SPDC di Vallo della Lucania, che dopo 83 ore di contenzione continuata, Francesco Mastrogiovanni, un paziente psichiatrico muoia. Colpa dei medici? Incuria, trascuratezza, crudeltà inutile? Non voglio emettere giudizi e nemmeno assolvere i colleghi. È impossibile però escludere una qualsiasi responsabilità in casi come questo, che testimoniano perlomeno di una serialità degli interventi, eseguiti con indifferenza, stanchezza e demotivazione, o una non volontà e/o impossibilità di un intervento accurato e dedicato, come sarebbe doveroso nei riguardi di ogni essere umano sofferente.
Rimane l'aspetto l'aspetto della dignità. La contenzione ha per molti aspetti dei vissuti di indegnità, il paziente contenuto si percepisce spesso come una sorta di reprobo o un debole incapace di controllarsi e al contempo sente di essere trattato indegnamente. Tutto ciò è comprensibile, ma che dire allora dei pazienti che dipendono dagli altri per i loro bisogni elementari e che sono costretti a mostrare senza riserve il loro corpo a chiunque sia chiamato a manipolarlo, sondarlo, mutilarne pezzi? Purtroppo non si può impedire a nessuno che sia soggetto di una pratica medica invasiva di sentirsi “indegno” o trattato indegnamente, anche se va detto che tali vissuti nella geralità dei casi sono ampiamente superati una volta che il paziente riacquista il suo “normale” equilibrio e il trauma residuo è minimo. Inoltre se la relazione con il curante è buona, la contenzione viene presto assimilata ad un incidente di percorso, sgradevole ma inevitabile. Impossibile evitare “ciò che va fatto” anche a costo di ledere la dignità dell'altro. A questo punto, lo sottolineo nuovamente, è la relazione il dato più importante, ciò che questa comunica, i ruoli che definisce e gli assetti che ne derivano, gli effetti di marginalizzazione e di stigmatizzazione dei propri comportamenti. In altre parole, non è la violenza insita nell'atto in sé che conta, sebbene tutti ci auspichiamo la fine o almeno la diminuzione delle pratiche che causano sofferenza nei pazienti, ma i ruoli che che tali pratiche definiscono: l'estrazione di un molare da un dentista può avere un contenuto di sofferenza molto elevato, e di per sé è certamente un atto cruento, ma la relazione col tuo dentista è quella fra un tecnico e della cura e un paziente che chiede aiuto, non una atto di sottomissione e di umiliazione dettato dall'asimmetria dei ruoli sociali. È importante a tale proposito, stabilire appena possibile un rapporto di collaborazione col paziente e mettere in chiaro che tutto ciò che viene fatto ha un suo razionale e non è dettato dalla volontà di prevaricazione né tantomeno di umiliarlo. È altrettanto importante che il paziente sappia che in determinati momenti è necessario che qualcuno si assuma la responsabilità della cura al suo posto, perché lo stesso diritto alla cura non venga meno.
Per dirla senza mezzi termini, sono del parere che non ci si possa esimere dal parlare apertamente di certe pratiche “violente” e che la questione debba essere aperta al contributo di soggetti esterni come associazione di familiari e di volontariato. Se le pratiche di cura sono condivise e messe costantemente in discussione, il loro impiego è di conseguenza costantemente vagliato e revisionato da parte di tutti i soggetti coinvolti nella cura stessa, col risultato di evitare abusi o usi irrazionali, e alla fine seppure spiacevoli, tali pratiche assumeranno una valenza neutra. Diversamente quando queste sono espresse in maniera rituale e semiclandestina, il rischio che i ruoli abbiano una connotazione gerarchica e prevaricatrice è forte.
Oltre ad un rinnovato spirito di conoscenza e di riflessione sulla psichiatria, abbiamo bisogno di cose concrete: più risorse umane e materiali. La contenzione spesso svolge un ruolo di supplenza alla mancanza di personale motivato e preparato. Se in reparto ti ritrovi con due infermiere esili e inesperte, contenere un paziente alla prima avvisaglia di pericolo è un provvedimento obbligato. La memoria di colleghi feriti o che addirittura hanno perso la vita nei servizi psichiatrici è sempre viva e induce un stato costante di allerta e di apprensione di fronte a pazienti sconosciuti con i quali non hai la necessaria confidenza. Con ciò non voglio dare l'idea del paziente pischiatrico come un problema di sicurezza, ma non possiamo nasconderci che, sebbene rara, la violenza e l'aggressività possono essere sintomi di diverse patologie psichiatriche e che per far fronte a certi comportamenti occorra più personale di quanto ne sia attualmente presente nei reparti psichiatrici. Tempo fa ho fatto un parallelo fra il ruolo di chi lavora in SPDC e le guardie carcerarie. Certo il parallelo è azzardato, e ovviamente sta ad indicare più un rischio che una realtà, ma è chiaro che la mancata consapevolezza del proprio ruolo di “agente della salute” e non della sicurezza, l'isolamento, l'assenza di coinvolgimento di tutti i soggetti operanti nell'ambito della psichiatria nei processi di cura, hanno come risultato il traformarsi di tali processi in pratiche custodialistiche e repressive. Laddove si crea un vuoto pneumatico di contenuti dell'azione e al tempo stesso una nebulosità delle finalità di cura, è facile che tale vuoto venga compensato da comportamenti autoritari, quale riflesso delle parti più oscure della nostra psiche e di un malinteso ruolo di “superiore”.
In definitiva se vogliamo superare gli aspetti violenti e coercitivi insiti nella cura abbiamo bisogno di aiuto, e se evolete anche di critiche severe, ma non parlateci per favore di spendig review o di tagli agli sprechi.

1 L'elettroshock fra ideologia e cura

di Franco Cilli

Ormai conosciamo tutti la storia dell'elettroshock e della terapia ellettroconvulsivante (TEC): una scoperta fatta quasi per serendipità. Due tizi, il dott. Cerletti e il dott. Bini decidono di provare sull'uomo l'effetto del passaggio di corrente nel cervello attraverso degli elettrodi posizionati sul cranio, dopo avere a lungo sperimentato tale tecnica sugli animali. L'idea di una possibile utilizzazione terapeutica è venuta ai due dottori, in seguito all'osservazione dell'effetto anestetizzante sui maiali di scosse elettriche al cervello somministrate prima di essere condotti al macello. A dire il vero non era un'idea del tutto peregrina, si usava già il metronidazolo nei pazienti psicotici, per i suoi effetti convulsivanti, nella convinzione che “scuotere” il cervello avesse effetti benefici, e veniva utilizzato lo shock insulinico con le medesime motivazioni. Oggigiorno le indicazioni terapeutiche all'uso dell'elettroshock sono molto ristrette e vengono limitate ai casi dei depressione grave, resistente alle terapie. La presenza di sintomi psicotici sarebbe predittivo di un buon esito al trattamento. Altre indicazioni secondarie sono rappresentate dalla catatonia e dall'ipertermia maligna. In verità viene spesso adoperata più o meno off label anche nei casi di mania, specialmente nelle donne in gravidanza, laddove l'uso dei farmaci è controindicato. La domanda che sorge spontanea per coloro che sono del tutto alieni da pregiudizi su questa tecnica è essenzialmente una: funziona? E se si in base a quale meccanismo? 

A questa domanda non è facile rispondere.
Questo è quanto ho trovato di materiale recente e meno recente, fra articoli e pubblicazioni, in materia di terapie elettroconvulsiva (TEC)
 

Nel 1986 è stata pubblicata una rassegna critica di cinque di tali studi di Crow e Johnston. In essi, condotti tra il 1953 e il 1966, veniva confrontato elettroshock vero con elettroshock simulato. I risultati furono i seguenti: a) solo una particolare patologia, la "depressione delirante" e cioè la "depressione psicotica" mostrava un sostanziale miglioramento con la Tec vera rispetto a quella simulata; b) tale miglioramento non permaneva per un periodo superiore a un mese. Dopo di che i pazienti trattati e non trattati tornavano a essere indistinguibili quanto a sintomatologia. A questo studio va aggiunto un trial del 1985 di Gregory, Slawers e Gill che confrontarono 69 pazienti depressi giungendo alle stesse conclusioni. Nella Consensus conference del 1986 si scriveva: "Gli studi clinici controllati sull'efficacia terapeutica della Tec permettono unicamente di provarne l'efficacia e breve termine nella "depressione delirante o psicotica", nella "mania acuta" e in "alcune forme schizofreniche": affermazione discutibile (visto che i trials riguardano la sola depressione) ma, tutto sommato, contenuta. Invece, nelle "Guidelines" del 1990 ci si limita a citare un generico "consenso" degli psichiatri che praticano l'elettroshock. In tal modo le indicazioni vengono allargate a dismisura: depressione, mania, schizofrenia, psicosi puerperale e quant'altro. Ma in cosa il documento del Consiglio, pur riportando le "Guidelines" dell'Apa, è scientificamente scorretto? Perché le "Guidelines" mostrano che gli americani, pur amanti della Tec, non trascurano che si tratta di "consenso" tra gli psichiatri e non di studi controllati e usano espressioni come "si è visto che...", "esistono esperienze in direzione di..." ma mai viene data come verità ciò che, viene ripetuto, è e resta opinione di alcuni.( articolo di Agostino Pirella sul Manifesto del 18 Marzo del 1997)
 

Assessing the Effects of Electroconvulsive Therapy on Cortical Excitability by Means of Transcranial Magnetic Stimulation and Electroencephalography.


Casarotto S, Canali P, Rosanova M, Pigorini A, Fecchio M, Mariotti M, Lucca A, Colombo C, Benedetti F, Massimini M.
Source

Department of Biomedical and Clinical Sciences "L. Sacco", Università degli Studi di Milano, Via G.B. Grassi, 74, 20157, Milan, Italy.
 

Abstract
Electroconvulsive therapy (ECT) has significant short-term antidepressant effects on drug-resistant patients with severe major depression. Animal studies have demonstrated that electroconvulsive seizures produce potentiation-like synaptic remodeling in both sub-cortical and frontal cortical circuits. However, the electrophysiological effects of ECT in the human brain are not known. In this work, we evaluated whether ECT induces a measurable change in the excitability of frontal cortical circuits in humans. Electroencephalographic (EEG) potentials evoked by transcranial magnetic stimulation (TMS) were collected before and after a course of ECT in eight patients with severe major depression. Cortical excitability was measured from the early and local EEG response to TMS. Clinical assessment confirmed the beneficial effects of ECT on depressive symptoms at the group level. TMS/EEG measurements revealed a clear-cut increase of frontal cortical excitability after ECT as compared to baseline, that was significant in each and every patient. The present findings corroborate in humans the idea that ECT may produce synaptic potentiation, as previously observed in animal studies. Moreover, results suggest that TMS/EEG may be employed in depressed patients to monitor longitudinally the electrophysiological effects of different therapeutic neuromodulators, e.g. ECT, repetitive TMS, and sleep deprivation. To the extent that depression involves an alteration of frontal cortical excitability, these measurements may be used to guide and evaluate treatment progression over time at the single-patient level.
 

Se facciamo una ricerca su PubMed sugli effetti a lungo termine della TEC non c'è molto e i risultati non appaiono definitivi, mentre sembrano appurati gli effetti sulla memoria nel periodo immediatamente succesivo al trattamento e c'è concordanza nel considerare tali effetti transitori.

Valga il seguente studio come esempio.
 

J Affect Disord. 2011 Jul;132(1-2):216-22. Epub 2011 Mar 29.

Retrograde amnesia after electroconvulsive therapy: a temporary effect?

Meeter M, Murre JM, Janssen SM, Birkenhager T, van den Broek WW.
Source

Department of Cognitive Psychology, Vrije Universiteit, Amsterdam, The Netherlands. M.Meeter@psy.vu.nl
Abstract
OBJECTIVE:

Although electroconvulsive therapy (ECT) is generally considered effective against depression, it remains controversial because of its association with retrograde memory loss. Here, we assessed memory after ECT in circumstances most likely to yield strong retrograde amnesia.

 

METHOD:

A cohort of patients undergoing ECT for major depression was tested before and after ECT, and again at 3-months follow-up. Included were 21 patients scheduled to undergo bilateral ECT for severe major depression and 135 controls matched for gender, age, education, and media consumption. Two memory tests were used: a verbal learning test to assess anterograde memory function, and a remote memory test that assessed memory for news during the course of one year.
RESULTS:

Before ECT the patients' scores were lower than those of controls. They were lower again after treatment, suggesting retrograde amnesia. At follow-up, however, memory for events before treatment had returned to the pre-ECT level. Memory for events in the months after treatment was as good as that of controls.
LIMITATIONS:

The sample size in this study was not large. Moreover, memory impairment did not correlate with level of depression, which may be due to restriction of range.
 

CONCLUSIONS:

Our results are consistent with the possibility that ECT as currently practiced does not cause significant lasting retrograde amnesia, but that amnesia is mostly temporary and related to the period of impairment immediately following ECT.


Come si può leggere dalle conclusioni anche per chi è digiuno di inglese, l'amnesia retrograda che residua nel periodo immediatamente successivo al trattamento è data per temporanea. Come già detto c'è accordo unanime nel ritenere la TEC una pratica scevra da effetti collaterali di rilievo. Ci sono voci fuori dal coro ovviamente come quelle di un mio un vecchio professore di neurologia che una volta mi raccontò di essere riuscito a dimostrare che gli effetti sul cervello delle terapia elettroconvulsiva sono permanenti e invalidanti, ma a dire il vero non ho mai avuto nè il piacere nè l'onore di poter valutare questi studi.

La mia esperienza personale sulla TEC è basata sui due mesi trascorsi presso il Dipartimento di Psichiatria di Saint Luois, dove questo genere di terapia era di casa, come lo era e lo è tuttora in tutti i dipartimenti di psichiatria americani. A quel tempo avevo ancora parecchie riserve sull'elettroshock e confesso che assistetti alle sedute di terapia con una certa riluttanza. Mi colpì l'estrema professionalità e il metodo in cui tutte le operazioni venivano condotte. L'intervento era eseguito da un'equipe ben attrezzata di medici e di infermieri in una moderna saletta stile sala operatoria, con il paziente sdraiato su una comoda poltrona con posizioni regolabili, attaccato ad una flebo. Lo psichiatra anziano, responsabile del Servizio appariva incredibilmente affaccendato, sebbene alla fine il suo unico contributo fosse quello di regolare adeguatamente la posizione della poltrona. Ciò che mi colpì maggiormente fu l'aspetto di cane bastonato del giovane resident, lo specializzando, la cui unica funzione era quella di premere il tasto che attivava la corrente. Il tutto avveniva in pochi minuti: appena il paziente era pronto e addormentato a dovere, c'era un attimo di silenzio, lo psichiatra anziano faceva un cenno al giovane il quale di rimando premeva il pulsante, una scossa e via, avanti il prossimo. Non c'era nulla di tragico né di doloroso in tutto ciò. Una normale ed asettica pratica medica. I colleghi americani erano entusiasti dell'elettroshock, e non riuscivano a capire le mie titubanze e le resistenze del mondo accademico italiano. Mi mostrarono un mole incredibile di studi in cui si magnificavano le virtù della TEC e mi raccontavano di quanti pazienti soprattutto colleghi li implorassero addirittura di sottoporli a tale terapia per guarire più in fretta. Non mi convinsi del tutto, ma cominciai a cambiare opinione. In America la TEC sembrava fare miracoli sui depressi.

Di tanto in tanto vengono fuori studi che cercano di dimostrare l'utilità della TEC anche nella schizofrenia, ma anche qui siamo lontani dall'apparire convincenti a dal produrre dati sufficientemente significativi a supporto di tale tesi. L'ultimo studio in merito e dei cinesi. Non lo riporto integralmente per brevità.  


(New Insights From China on the Efficacy of ECT in Schizophrenia. McDonald WM. Source From the J.B. Fuqua Chair for Late-Life Depression, Department of Psychiatry and Behavioral Sciences, Emory University, Atlanta, GA).Chi avesse curiosità in merito può leggere l'abstract su PubMed.

In definitiva stiamo parlando dell'efficacia della TEC dando per scontato che sia una terapia somatica come tante altre, uno strumento sulla cui efficacia c'è ancora un dibattito aperto, ma sebbene con le dovute riserve, utilizzabile al pari degli altri. Purtroppo il discorso sulla TEC non è così semplice e per la verità non lo è mai stato. Sulla terapia elettroconvulsiva grava il peso dovuto ad una storia che si intreccia con la storia della psichiatria stessa e della quale la TEC è divenuta uno dei simboli più discussi, un'icona che viene variamente associata agli evi bui della psichiatria, quando questa coniugava una netta connotazione organicista con una visione classista della società. Il “tecnico della cura”, l'alienista, era l'agente di uno status sociale dove gerarchia dei ruoli e del sapere si identificavano: la conservazione dello status quo e quindi il controllo sociale erano direttamente connessi alla pratica psichiatrica: curare significava anche mantenere un ordine precostituito. Questo è stato forse il più grande equivoco della psichiatria, e nel momento in cui il paradigma psichiatrico è stato sopraffatto da una visione più “umanista” della società e da spinte egualitarie, la sua rovina ha trascinato con se anche l'idea stessa delle cura. La follia divenne anch'essa una creazione aritificiale, frutto della divisione sociale del lavoro e della gerarchizzazione della società. L'elettroshock, per le immagini crude che evocava e per la sua pretesa di considerare l'essere un soggetto da curare attraverso una grezza manipolazione del suo cervello, diventò il simbolo di una pseudoscienza che altro non era se non ideologia del potere. A tutt'oggi non si riesce a separare l'elemento di cura della TEC dalla sua storia originaria. La TEC, per molti fra gli addetti alle cure o componenti della società civile che siano, è un simbolo nefasto che evoca una reazione condizionata di rigetto senza possibilità d'appello. Eppure da tempo abbiamo superato l'idea della psichiatria come “ancella della rivoluzione”, in quanto capace di assumere su di se le contraddizioni del conflitto sociale, e come mero strumento di un cambiamento radicale della società. Da tempo la psichiatria ha riconquistato la sua autonomia, a volte purtroppo riprendendo anche i vecchi vizi del passato, da tempo si è ricreato un suo spazio proprio nel novero delle discipline mediche. Oggigiorno è arduo ribadire un rifiuto della TEC sulla base di una sua invasività o pretesa di curare agendo su un substrato biologico. Cosa altro fanno i farmaci, che nessuno ormai mette più in discussione, se non agire sulla biologia dell'organismo? Di certo non è più possibile oggi pensare alla psichiatria come una terapia unicamente psicologica, e quale invasività di una tecnica, peraltro allo stato attuale non più eseguita in modo crudele come un tempo, e totalmente priva degli aspetti punitivi che spesso la caratterizzavano, può giustificare un suo rifiuto, senza una valutazione attenta dei costi benefici? Se l'invasività della tecnica fosse l'unico parametro, allora dovremmo chiudere i reparti di chirurgia. Perché allora la sola evocazione di questa tecnica causa reazioni riflesse di rifiuto e di riprovazione? Credo che la risposta sia insita nella stessa domanda: i riflessi non hanno nulla di razionale, attingono alle profondità biologica dell'essere umano e mutano solo al mutare del contesto culturale e ambientale in cui si sono formati e sono perlopiù sordi ai richiami della ragione.

Da parte mia valuto la TEC senza atteggiamenti pregiudiziali e dal momento in cui ho accettato l'idea di una cura e quindi di una nosografia psichiatrica dal quale far derivare la necessità della cura stessa, ho accettato anche l'idea che le cure vadano valutate in base a obiettivi preposti e risultati. Discutiamone, ma con la consapevolezza che oggi la partita che si gioca è un'altra, ed è quella di un diritto alla cura che viene costantemente minacciato e messo in forse da logiche di mercato spietate, che nulla hanno di neutrale, mascherate da stato di necessità. Una volta superato il rischio che la psichiatria, già considerata la cenerentola della medicina, venga ulteriormente spogliata di risorse, possiamo concentrarci sulla direzione da imporre alla pratica clinica e ai risvolti sociali, psicologici ed assistenziali che questa disciplina raggruppa in sé.

venerdì 12 ottobre 2012

0 Tuo figlio è malato di mente?



“Sì”, Secondo i Medici Finanziati da Big Pharma
 
di Martha Rosemberg da counterpunch via ComeDonChisciotte 

Come ha fatto Big Pharma a sottoporre così tanti bambini all’uso di costosi cocktail di medicinali per “malattie mentali”? Medicinali che potrebbero anche essere inutili?

Big Pharma ha speso milioni in campagne informative che dicono a genitori, maestri e clinici di curare i bambini al primo segno di problemi. Sa che se i genitori curano i loro figli fin da piccoli non sapranno mai ne se i bambini abbiano effettivamente avuto bisogno della terapia, ne se i problemi residui siano dovuti alla “malattia mentale” o agli effetti collaterali del medicinale. Inoltre i figli probabilmente saranno clienti per tutta la vita perché i genitori avranno paura di sospendere il trattamento.

Non stupisce quindi il fatto che l’industria farmaceutica, nelle sue campagne informative, dica ai genitori di non aspettare che gli “eccessi di energia” e gli “sbalzi d’umore” passino da soli. E così…entrano i soldi!!

Una campagna “prescrivi presto” per l’antipsicotico atipico Risperdal (antipsicotici atipici sono antipsicotici di seconda generazione usati per trattare schizofrenia, mania e disturbo bipolare), usa un macabro portafoglio abbandonato, un orsacchiotto e delle chiavi su un’arida strada per “riposizionare un medicinale che si stava usando troppo tardi per poter ottenere i massimi benefici”, dice l’agenzia pubblicitaria Torre Lazur McCann. Operatori di marketing per il Seroquel, un antipsicotico concorrente, avevano persino considerato di creare personaggi di Winnie-the-Pooh come Tigro (la tigre) bipolare e Ih-Oh (l’asinello) depresso per vendere il Seroquel, secondo relazioni pubblicate a una riunione per le vendite di AstraZeneca (compagnia Biofarmaceutica produttrice del Seroquel). Genitori dicono di aver visto giocattoli adornati con il logo del Seroquel.

Solo un bambino su diecimila soffre di schizofrenia infantile, secondo alcuni uno su trentamila, ma ciò non ferma Gabriele Masi, direttore generale della fondazione Stella Maris, istituto per la Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’università di Pisa, a definirla come un problema di salute pubblica. In un articolo intitolato “Children with Schizophrenia: Clinical Picture and Pharmacological Treatment” [Bambini Affetti da Schizofrenia: Quadro Clinico e Trattamento Farmacologico] pubblicato nel giornale CNS Drugs, Masi dice, “La consapevolezza della schizofrenia avviata in giovane età sta rapidamente crescendo, visto che ora è ottenibile una definizione più precisa del quadro clinico, dei primissimi segni, dell’esito e dei metodi di trattamento”.

Sintomi della schizofrenia infantile includono “deficit sociali” e “illusioni…relative a temi d’infanzia”, scrive Masi. Quale bambino non ha “deficit sociali”? Le illusioni includono amici immaginari? Masi rimprovera “l’esitazione da parte dei medici nel fare una diagnosi di schizofrenia”, invece di prescrive subito i medicinali. Masi ha ricevuto fondi per la sua ricerca da Eli Lilly, che ha fatto da consigliere per la Shire Pharmaceutics ed ha fatto parte dell’ufficio relazioni di Sanofi Aventis, AstraZeneca, Gsk e Janssen, tutte compagnie farmaceutiche che producono molti dei principali medicinali per bambini, secondo l’American Academy of Child & Adolescent Psychiatry.

Vien voglia di ridicolizzare medici finanziati dall’industria farmaceutica, che riescono a trovare malattie mentali e persino ricadute e “resistenze al trattamento” in persone che sono in questo mondo da appena quaranta mesi. Ma c’è poco da ridere nel diagnosticare malattie psichiatriche a bambini di tre anni. Rebecca Riley (4 anni) di Hull, Massachusetts e Destiny Hager (3 anni) di Council Grove, Kansas, sono morte nel 2006 per colpa di medicinali psichiatrici tra cui Geodon e Seroquel per trattare i loro “disordini bipolari”. E nel 2009, Gabriel Myers (7 anni) di Broward County, Florida, un bambino in affidamento allo stato, si è appeso mentre era sotto trattamento di Symbyax, una pillola che combina Zyprexa e Prozac. Se non era per la campagna “prescrivi presto” portata avanti da Big Pharma, questi bambini, e altri, potrebbero essere ancora vivi. FINE

Martha Rosemberg è un investigative health reporter (giornalista che investiga su problemi salutari). E’ l’autrice di Born With A Junk Food Deficiency: How Flaks, Quacks and Hacks Pimp the Public Health ed. Prometheus Books

 

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